Il sorriso sbagliato

 

Sul treno c’era questo ragazzo-uomo, le orecchie a sventola e gli occhi che evitano gli occhi. Nella sua divisa verde andava su e giù, toglieva le cartacce e spolverava le briciole dai sedili.

Forse ero stanca, o forse lui voleva rendersi invisibile. L’ho visto, ma non l’ho notato subito.

E quando l’ho guardato mi sono incupita, pensando al motto francese “che lavoro di merda”: avanti e indietro tutto il tempo, ballonzolando come su una passerella di legno e corda, a pulire le immondizie di chi si lamenta che i treni sono sporchi. Evitando qualsiasi contatto umano.

Chissà se a casa, la sera, il pavimento fermo gli dà un po’ di vertigine, mi sono chiesta.
E non è bello da dire, ma mi ha fatto pena.

Così gli ho sorriso; ho aspettato che passasse di nuovo e gli ho sorriso. Ho pensato che un sorriso fa sempre bene.

Ma lui per tutta risposta ha guardato per terra.
Come se non se lo meritasse.
O come se non volesse essere compatito.

E penso che forse gli ho offerto il sorriso sbagliato.

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Umido: tutto quello che è indistinto, triste e maleodorante. Quello che vorresti mettere fuori dalla porta prima possibile, e che invece andrebbe usato per coltivare il giardino.

Photo: the train by M0THart

Grinta ci vuole

Mamma: “Le cose o le affronti o non le affronti”.

Io: “Le cose o le affronti o sono loro che affrontano te”.

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Umido: tutto quello che è indistinto, triste e maleodorante. Quello che vorresti mettere fuori dalla porta prima possibile, e che invece andrebbe usato per coltivare il giardino.

Photo: source http://www.neverendingstory.com/neverending-story-pictures3.htm

Gli sfaticati del pancreas

Si parlava dei triestini. Di questo “carattere” strano che hanno, fermi immobili e un po’ altezzosi, come se il maggiordomo tardasse ad arrivare.

Una volta ho letto che i triestini sono ancora legati all’idea del grande porto, della città mitteleuropea; e che forse quell’orgoglio un po’ spocchioso gli è rimasto dentro, addirittura crescendo a mano a mano che il ruolo della città si faceva più piccolo. Come se cercare di tenersi l’orgoglio permettesse loro di tenersi un po’ di quella grandezza.

E ci si chiedeva come mai un atteggiamento dei padri, che era la risposta a una certa situazione, continui a rinnovarsi nei figli, nonostante il mondo lì fuori sia cambiato. È affascinante: ereditiamo culturalmente comportamenti che non hanno più ragione d’essere, non hanno un corrispettivo nel mondo reale. Come uno che continua a non sorridere nonostante gli abbiano tolto da anni l’apparecchio ai denti.

Sei un nodo della rete: non te ne accorgi, ma ti comporti di conseguenza. È un sistema di cui fai parte; è come se fosse un organismo: sei a Trieste e fai il triestino, sei a Macerata e fai il marchigiano.

Fra noi siamo come cellule dello stesso organismo. Con la differenza che non sentirai mai una cellula del fegato lamentarsi degli sfaticati del pancreas.

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Umido: tutto quello che è indistinto, triste e maleodorante. Quello che vorresti mettere fuori dalla porta prima possibile, e che invece andrebbe usato per coltivare il giardino.

 

photo credit: “The Wanderer’s Eye Photography” via photopin cc

È pazzo

Stazione.
Un barbone, vecchio; sacchetti di plastica nelle mani pieni di non so che cosa.
Traballa, biascica.
No, non biascica. Parla chiaramente.
Gli passo accanto e sento:
“È pazzo.

Berlusconi è pazzo”.

Umido: tutto quello che è indistinto, triste e maleodorante. Quello che vorresti mettere fuori dalla porta prima possibile, e che invece andrebbe usato per coltivare il giardino.

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Per la mia fascinazione rispetto ai barboni vedi anche L’ospite.

 

photo credit: Alex E. Proimos via photopin cc

Le paure più belle

Ci sono momenti della vita in cui ti guardi dentro e ti scopri pieno di paure. Non si direbbe, ma è un buon segno.

Ho una mia teoria sulle paure. Dentro di noi le paure non sono entità a sé stanti; ognuna di esse nasce e vive allacciata a un desiderio. La paura è l’altra faccia del desiderio. Ogni volta che ti interessa qualcosa, il desiderio di raggiungerla e conservarla cresce assieme alla paura di fallire e perderla.

Io mi figuro queste entità complesse come sfere cave, simili alle pallette con dentro il portachiavi che ottieni per un euro ruotando la maniglia dei distributori automatici. Metà della sfera è il desiderio, l’altra metà la paura correlata; e dentro c’è una specie di gas bicolore che continua a vorticare e cambiare aspetto.

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Il fatto che paure e desideri siano allacciati assieme è ingegnoso e fruttuoso: siamo molto bravi ad accantonare i desideri quando non abbiamo il coraggio di cambiare le cose; la paura invece è un pungolo che non si fa accantonare facilmente, e spesso diventa il vero motore del cambiamento.

Chiaramente, se ogni volta che scorgi una paura dentro di te la nascondi sotto il tappeto, difficilmente ne uscirà qualcosa di buono. Se invece quella sferetta ti fermi a guardarla… Guardare in faccia le proprie paure non è facile, non è piacevole e spesso non viene nemmeno spontaneo. Ma è un tassello importante nella costruzione della tua felicità.

Innanzitutto, potresti scoprire che parecchie di quelle paure sono allacciate a un desiderio morto o spurio. Andando avanti con la tua vita puoi cambiare idea su alcune cose, modificare i tuoi obiettivi; o semplicemente accorgerti che un certo desiderio non nasceva da dentro, ma da condizionamenti esterni che fino a quel momento non avevi mai messo in discussione. Anche se quel desiderio avvizzisce e perde importanza in favore di un’altra meta, la paura ad esso collegata può sopravvivere e continuare ad agire, anche se non ha più ragion d’essere. E basterebbe guardarla in faccia per accorgersene.

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Esempio. Sei cresciuto con il miraggio di un lavoro importante in una ditta grande e prestigiosa. Magari non ci hai mai pensato con attenzione: era un obiettivo che davi per scontato e basta, in una società in cui essere ricchi e famosi rappresenta il non plus ultra.

Gradualmente ti accorgi che non te ne frega niente. Le tue priorità sono altre: vuoi essere indipendente e avere tempo per le persone che ami; vuoi lavorare in un ambiente positivo e umano, dove chi immola la propria vita sull’altare del lavoro sia considerato un caso problematico e non un eroe della patria. Punto. Questo è quello che vuoi, ed è incompatibile con l’essere il noto dirigente della ditta prestigiosa. Scopri un nuovo desiderio, e quello vecchio avvizzisce.

Se ne sei consapevole togli anche nutrimento alla paura connessa a quel desiderio, e avvizzisce anche lei. Spieghi senza problemi agli altri quello che fai, perché il confronto non ti mette più in crisi: non paragoni più te stesso agli altri, ma confronti la situazione che vuoi e che hai cercato con quella che ti sei costruito.

Ma se non ne sei consapevole cosa succede? Che la paura collegata al desiderio spurio o morto (“lavorare per una ditta prestigiosa con un incarico di responsabilità”) continua a strillare: “Io sono la paura di non raggiungere una buona posizione nella vita; e tu sei un fallito”.

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Poi ci sono le paure legate ai desideri vivi. Sono le paure più belle. Avere il coraggio di guardarle in faccia vuol dire capire che cosa si desidera, comprendere la loro utilità e usarle in maniera costruttiva. E forse aiuta anche a capire che la maggior parte delle cose non sono necessariamente buone o cattive, bianche o nere; le nostre paure più belle lo dimostrano.

In questo senso dico che trovarsi pieni di paure è un buon segno: perché vuol dire che sei pieno di desideri, e quindi sei vivo e attivo, non rassegnato; e ognuno di quei desideri è una piccola guida sulla direzione da prendere per essere più felice.

 

Umido: tutto quello che è indistinto, triste e maleodorante. Quello che vorresti mettere fuori dalla porta prima possibile, e che invece andrebbe usato per coltivare il giardino.

Fotografie (in ordine di apparizione):
photo credit: Peter E. Lee via photopin cc

photo credit: Express Monorail via photopin cc

photo credit: PhotosByDavid via photopin cc