Respira e sbatti le alucce

Ho ricominciato a respirare.
Intendo lo “stare con il respiro” dello yoga e della meditazione: con quel respiro, nel presente, e con ogni respiro, momento per momento.

All’inizio pensavo che concentrarsi sul respiro equivalesse a isolarsi da tutto il resto.
Invece succede che il respiro ti àncora al momento presente, e ti sintonizzi meglio con quello che ti circonda. È una sensazione quasi paradossale, ma percepisci più distintamente i dettagli, anche quelli emotivi.

Mentre respiro i miei occhi si trovano spesso a seguire la pennellata solida di un gabbiano in volo, o le brevi traiettorie ricamate da un passerotto.
Io respiro, mi allungo con la mente verso di lui, e se ascolto bene

per un istante ho un assaggio di come sia affrontare tutto quell’azzurro.
Attimi alati.

Quando però i miei occhi tornano verso il suolo, mi accorgo che dentro di me esercitano il tiro alla fune due forze opposte: di qua l’ebbrezza delle ali che danno forma solida al vento; di là il fastidio acuminato dell’insicurezza, il pungolo di quando ti manca la terra sotto i piedi.

Noi imparando a camminare rischiamo alla più sporca di sbucciarci un ginocchio. Cosa dev’essere per loro spiccare il volo per la prima volta?
Com’è buttarsi nel vuoto quando ancora non hai mai usato le ali?

Chiaramente ci ho messo un po’ ad accorgermi che in realtà il punto è la mia situazione attuale. Sto lavorando sui cambiamenti; inebriata dal volo, impaurita dal vuoto.

Quindi, per una volta, ho la risposta. Spiccare il volo per la prima volta è come riappropriarsi di un mondo da cui ti sei sempre difeso. È come la risata genuina che sgorga in una situazione assurda, come la prima corsa scalza sul prato a primavera, come sentirsi allo stesso tempo pieni e leggeri.
È proprio come quando fai un bel sorriso e ti lasci andare.

Certo, càpita anche che prevalga la paura.
In quei momenti non mi resta altro che respirare e sbattere le alucce.
Che tanto ormai mi sono buttata.

Vetro: tutto quello che è trasparente, duraturo, e va trattato con delicatezza. Quello che può contenere una nave o la marmellata fatta in casa.

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Grinta ci vuole

Mamma: “Le cose o le affronti o non le affronti”.

Io: “Le cose o le affronti o sono loro che affrontano te”.

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Umido: tutto quello che è indistinto, triste e maleodorante. Quello che vorresti mettere fuori dalla porta prima possibile, e che invece andrebbe usato per coltivare il giardino.

Photo: source http://www.neverendingstory.com/neverending-story-pictures3.htm

La travolgente bellezza del cambiamento

Questa mattina ho trovato un regalo che mi sono fatta più di quattro anni fa.

Trovarle è stata un’emozione che rapidissima è arrivata al centro. Scritte su un libro esile ma importante, che mi ha aperto a un cambiamento duraturo e ancora in corso.

Poche righe, lasciate in onore di un’intuizione, impresse fluidamente dove si scrive la dedica.

 

Lignano, spiaggia, 29/08/10

Quando per la prima volta ti trafigge per un istante la paura nel lasciare in giro oggetti che incarnano momenti belli.

Lì, imparerai consapevolmente, dopo tanti bei cambiamenti, la travolgente bellezza del cambiamento.

 

Forse quel giorno di agosto, riposta la penna e chiuso il libro, ho immaginato la me di quattro anni dopo che mi veniva incontro lungo la spiaggia, per ringraziarmi. E il cerchio si è chiuso.

Il libro era “Lo Zen”, di Alan Watts.

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Vetro: tutto quello che è trasparente, duraturo, e va trattato con delicatezza. Quello che può contenere una nave o la marmellata fatta in casa.

 
photo credit: coloneljohnbritt via photopin cc

Le paure più belle

Ci sono momenti della vita in cui ti guardi dentro e ti scopri pieno di paure. Non si direbbe, ma è un buon segno.

Ho una mia teoria sulle paure. Dentro di noi le paure non sono entità a sé stanti; ognuna di esse nasce e vive allacciata a un desiderio. La paura è l’altra faccia del desiderio. Ogni volta che ti interessa qualcosa, il desiderio di raggiungerla e conservarla cresce assieme alla paura di fallire e perderla.

Io mi figuro queste entità complesse come sfere cave, simili alle pallette con dentro il portachiavi che ottieni per un euro ruotando la maniglia dei distributori automatici. Metà della sfera è il desiderio, l’altra metà la paura correlata; e dentro c’è una specie di gas bicolore che continua a vorticare e cambiare aspetto.

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Il fatto che paure e desideri siano allacciati assieme è ingegnoso e fruttuoso: siamo molto bravi ad accantonare i desideri quando non abbiamo il coraggio di cambiare le cose; la paura invece è un pungolo che non si fa accantonare facilmente, e spesso diventa il vero motore del cambiamento.

Chiaramente, se ogni volta che scorgi una paura dentro di te la nascondi sotto il tappeto, difficilmente ne uscirà qualcosa di buono. Se invece quella sferetta ti fermi a guardarla… Guardare in faccia le proprie paure non è facile, non è piacevole e spesso non viene nemmeno spontaneo. Ma è un tassello importante nella costruzione della tua felicità.

Innanzitutto, potresti scoprire che parecchie di quelle paure sono allacciate a un desiderio morto o spurio. Andando avanti con la tua vita puoi cambiare idea su alcune cose, modificare i tuoi obiettivi; o semplicemente accorgerti che un certo desiderio non nasceva da dentro, ma da condizionamenti esterni che fino a quel momento non avevi mai messo in discussione. Anche se quel desiderio avvizzisce e perde importanza in favore di un’altra meta, la paura ad esso collegata può sopravvivere e continuare ad agire, anche se non ha più ragion d’essere. E basterebbe guardarla in faccia per accorgersene.

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Esempio. Sei cresciuto con il miraggio di un lavoro importante in una ditta grande e prestigiosa. Magari non ci hai mai pensato con attenzione: era un obiettivo che davi per scontato e basta, in una società in cui essere ricchi e famosi rappresenta il non plus ultra.

Gradualmente ti accorgi che non te ne frega niente. Le tue priorità sono altre: vuoi essere indipendente e avere tempo per le persone che ami; vuoi lavorare in un ambiente positivo e umano, dove chi immola la propria vita sull’altare del lavoro sia considerato un caso problematico e non un eroe della patria. Punto. Questo è quello che vuoi, ed è incompatibile con l’essere il noto dirigente della ditta prestigiosa. Scopri un nuovo desiderio, e quello vecchio avvizzisce.

Se ne sei consapevole togli anche nutrimento alla paura connessa a quel desiderio, e avvizzisce anche lei. Spieghi senza problemi agli altri quello che fai, perché il confronto non ti mette più in crisi: non paragoni più te stesso agli altri, ma confronti la situazione che vuoi e che hai cercato con quella che ti sei costruito.

Ma se non ne sei consapevole cosa succede? Che la paura collegata al desiderio spurio o morto (“lavorare per una ditta prestigiosa con un incarico di responsabilità”) continua a strillare: “Io sono la paura di non raggiungere una buona posizione nella vita; e tu sei un fallito”.

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Poi ci sono le paure legate ai desideri vivi. Sono le paure più belle. Avere il coraggio di guardarle in faccia vuol dire capire che cosa si desidera, comprendere la loro utilità e usarle in maniera costruttiva. E forse aiuta anche a capire che la maggior parte delle cose non sono necessariamente buone o cattive, bianche o nere; le nostre paure più belle lo dimostrano.

In questo senso dico che trovarsi pieni di paure è un buon segno: perché vuol dire che sei pieno di desideri, e quindi sei vivo e attivo, non rassegnato; e ognuno di quei desideri è una piccola guida sulla direzione da prendere per essere più felice.

 

Umido: tutto quello che è indistinto, triste e maleodorante. Quello che vorresti mettere fuori dalla porta prima possibile, e che invece andrebbe usato per coltivare il giardino.

Fotografie (in ordine di apparizione):
photo credit: Peter E. Lee via photopin cc

photo credit: Express Monorail via photopin cc

photo credit: PhotosByDavid via photopin cc