Il sorriso sbagliato

 

Sul treno c’era questo ragazzo-uomo, le orecchie a sventola e gli occhi che evitano gli occhi. Nella sua divisa verde andava su e giù, toglieva le cartacce e spolverava le briciole dai sedili.

Forse ero stanca, o forse lui voleva rendersi invisibile. L’ho visto, ma non l’ho notato subito.

E quando l’ho guardato mi sono incupita, pensando al motto francese “che lavoro di merda”: avanti e indietro tutto il tempo, ballonzolando come su una passerella di legno e corda, a pulire le immondizie di chi si lamenta che i treni sono sporchi. Evitando qualsiasi contatto umano.

Chissà se a casa, la sera, il pavimento fermo gli dà un po’ di vertigine, mi sono chiesta.
E non è bello da dire, ma mi ha fatto pena.

Così gli ho sorriso; ho aspettato che passasse di nuovo e gli ho sorriso. Ho pensato che un sorriso fa sempre bene.

Ma lui per tutta risposta ha guardato per terra.
Come se non se lo meritasse.
O come se non volesse essere compatito.

E penso che forse gli ho offerto il sorriso sbagliato.

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Umido: tutto quello che è indistinto, triste e maleodorante. Quello che vorresti mettere fuori dalla porta prima possibile, e che invece andrebbe usato per coltivare il giardino.

Photo: the train by M0THart

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Marketing o marchètting?

«Pronto? Lei ha risposto alla nostra offerta di lavoro. Vorremmo fissarle un colloquio per domani. Le mando una mail con tutte le indicazioni».
Che bella sensazione. Senti quella scarica di adrenalina che ti apre in testa scenari nuovi.
Interrompo all’istante quello che stavo facendo e controllo la posta.
Si presenti alla tale ora nella nostra sede. Porti con sé copia aggiornata del suo curriculum.

Poffarre, ve l’ho mandato ieri rispondendo all’annuncio. Da voi si presenta gente così attiva da dover aggiornare il CV ogni giorno?
Secondo pensiero: ma una stampante non ce l’avete?

Vado a rileggere l’inserzione a cui ho risposto [corsivi miei]:
«Società di marketing diretto che rappresenta importanti organizzazioni no profit attraverso attività di promozione face to face seleziona promoters. La risorsa sarà inserita in un team di incaricati. L’attività di promozione si svolgerà presso aree residenziali (attraverso attività di door to door), eventi, business to business. Sono richieste ottime doti comunicative e buono standing».

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photo credit: kevin dooley via photopin cc

Urka, mi chiedo, sarà buono il mio standing? Che è quello dove appendo la roba ad asciugare, giusto? Per accertarmene consulto nuovamente il sito di questa società milanese. È abbastanza curato, ma una cosa salta agli occhi: “è una società di marketing diretto focalizzata sulla promozione e sull’acquisizione di nuovi consumatori. Rappresenta alcuni dei più rinomati clienti nel campo del no-profit e in procinto di affacciarsi al mondo del profit”.
Stride. Ma forse è solo che leggo troppo Bauman.
Decido: non sarà l’occasione della mia vita, ma non si sa mai. Vado lo stesso; mal che vada mi farò due risate.

La segretaria mi aspetta sulla porta. Giovane, vestita di nero, con tacchi da far invidia a una seienne che gioca con le scarpe della mamma. Si presenta e mi dice: «Si accomodi dove vuole; un minuto e sono da lei». Sparisce dietro a una porta. Io mi accomodo. Sede nuova di pacca – c’è ancora un gran puzzo di vernice -, piuttosto spoglia, e soprattutto deserta. Dove sarà il team di incaricati?

Un minuto sarà passato, penso. Infatti: sento l’inconfondibile rumore di uno sciacquone, e lei riappare.

Cominciamo il colloquio. Quindi realizzo che lei non è la segretaria. O meglio, che lei è anche la sua segretaria. Questo vecchio trucco non ti fa sbarellare con l’andare del tempo? Assomiglia vagamente a un principio di schizofrenia.
A lei, per esempio, tanto bene non fa. Imbandisce un discorso sul suo staff (“i miei ragazzi”, locuzione che ripeterà circa 12 volte), infarcito di face to face, business to business e door to door. Che io imperterrita continuo a chiamare “porta a porta”, infastidendola non poco.
La chicca è che ora chiedere soldi vicino a un baracchino in mezzo alla strada si chiama street. Wow.
Arriviamo alla ciccia, chiedo con abile parafrasi: quanto si lavora? Quanto si guadagna? «Questo sarebbe argomento del secondo colloquio» mi dice.

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photo credit: Tim . Simpson via photopin cc

Ma alla fine confessa: 8 ore al giorno, dalle 11.30 alle 20 (chi non sa l’aritmetica lavora mezz’ora gratis). Per due ore si sta “in sede” a studiare le “tecniche di marketing” (perché io devo sapere cosa vanno in giro a dire i miei ragazzi); il resto della giornata si passa fuori, “sul campo”.
«Ecco perché ora sono qui da sola» mi dice.
Ma come, non c’è la tua segretaria a farti compagnia?

Quanto si prende? «Ci sono gli incentivi, i bonus…».
Tra un po’ tiro fuori un cartello con scritto: How many euris?
Ed eccola la cifra magica! 500 euro al mese! Che gioia! Gustosi 3,12 all’ora (sempre se sai l’aritmetica) per scarpinare chiedendo soldi alla gente da parte di un’organizzazione no profit.
Io però del profit avrei bisogno per campare. Con tutto questo door to door, face to face e street… io come faccio camping?
Per il marchètting in via Roma dopo le 22 si prende di più. E forse in maniera più onesta, senza nascondersi dietro a un’organizzazione che evidentemente i tuoi soldi non li usa solo per salvare i bambini.
«Sarai ricontattata dalla mia segretaria» (ricontattata, tattaratà). Esco ghignando: me la immagino a parlare al telefono tappandosi il naso.

Poi li vedo. Ragazzi giovani, sorridenti nonostante il freddo, con una palandrana rossa che sventaglia il nome della benefica associazione. Probabilmente sono anche orgogliosi di quella scritta. Probabilmente pensano che la parte mancante del loro stipendio venga devoluta ai bambini bisognosi. O forse sanno benissimo tutto, fanno finta di niente e tirano a campare.

Plastica: tutto quello che è finto, triste, che si rompe solo a guardarlo. Quello che dura poco ma inquina a lungo.