Di quel luogo, nel freddo, in cui c’è il caldo

Ci sono pomeriggi che una scoperta si porta dietro l’altra.
Sei lì, a godere delle lucette dell’albero e delle carezze a una splendida cagnetta che ti guarda come se tu fossi fondamentale; la mente è libera e vedi le cose nella maniera chiara dei principianti.
Tutto sarebbe perfetto.
Però hai freddo.

Sai quel freddo che sei tutto contratto e non riesci proprio a fartelo passare, nemmeno dopo aver indossato ancora una felpa. Forse ti è entrato nelle ossa già in palestra, mentre ti misuravi con il Tai Chi; mentre il Maestro ti diceva che il freddo è solo una sensazione.
Da anni ti affascina la concezione orientale dei contrari: se il freddo e il caldo sono così intimamente legati e compresenti, allora deve esserci un luogo, nel freddo, in cui c’è anche il caldo.

Lo cerchi, e d’un tratto lo percepisci. Lo trovi lì, dove è sempre stato: nella sensazione delle labbra che toccano il ghiaccio. Riporti quella sensazione alle tue dita congelate; e lo senti, quel luogo dove freddo e caldo convivono. Scopri che puoi scegliere, e i muscoli si rilassano, e il caldo arriva. Questa volta da dentro, come un nucleo pulsante che non sentivi perché ne ignoravi l’esistenza.

È una scoperta che libera la tua volontà.

P.S. Tutto torna: c’è anche un luogo del caldo in cui fa freddo. Me l’ha mostrato ieri il forno mentre facevo i biscotti, accarezzandomi rovente…
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Carta: tutto quello che ricorda più uno svolazzo di inchiostro che una fila di letterine precise e uguali. Quello che andrebbe piegato in quattro e messo in tasca.

 
photo credit: Domiriel via photopin cc

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La scintilla divina

Alla fine

insegnando

più che passare le nozioni

devi passare l’entusiasmo.

Devi fargli venire voglia di diventare bravi.

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Carta: tutto quello che ricorda più uno svolazzo di inchiostro che una fila di letterine precise e uguali. Quello che andrebbe piegato in quattro e messo in tasca.

 
photo credit: linsight via photopin cc

Di rischi, sbagli e accostamenti casuali, ma azzeccati (Lego-Zen)

La prima mi è nata chiara in testa a fine agosto.

La seconda ieri sera, inaspettatamente, prima di dormire.

Questa mattina ho pensato di accostarle in un unico post, per comodità.

E scopro che stanno molto bene assieme, quasi fossero parti di un’unica comprensione.

 

“Che tu ne sia consapevole o no

quello che fa la differenza nel tuo modo di agire

è il rischio che sei disposta ad assumerti”.

 

“Mi esalta e mi libera

ammettere con me stessa

che prima o poi sbaglierò. Di nuovo”.

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Carta: tutto quello che ricorda più uno svolazzo di inchiostro che una fila di letterine precise e uguali. Quello che andrebbe piegato in quattro e messo in tasca.
photo credit: h.koppdelaney via photopin cc

Crescere inosservati

C’è un albero nel giardino dei vicini.

Il grosso tronco rimane a stento entro i confini della proprietà; ma le radici, quelle escono per strada e sollevano l’asfalto.

Ci passi sopra e non ti accorgi che stai camminando su qualcosa di vivo. Sembrano callose; assuefatte alla mancanza di rispetto; ormai parte dell’asfalto.

Sono invece la parte più viva di un essere nato per rimanere immobile e silenzioso. Che però continua ad allargarsi, a espandersi verso l’alto e verso il basso. A cercare, a vivere, a ospitare forme di vita, a fare la sua parte. A darci ossigeno.

Tu passi distratto sopra alle sue radici; lui si abitua, e continua a crescere.

Continua a fare il suo miracolo, che tu ne sia consapevole o no.

origin_14088969968Carta: tutto quello che ricorda più uno svolazzo di inchiostro che una fila di letterine precise e uguali. Quello che andrebbe piegato in quattro e messo in tasca.

photo credit: Douglas Brown via photopin cc

La riflessione del momento in cui cogli l’essenza (subito prima che arrivino i veneti con la radio a palla)

Togli le ali a una farfallina

e diventa un tafano.

Ci facciamo veramente portare per il culo dalle apparenze.

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(La frase mi è venuta così, in un posto paradisiaco ma col tempo contato – aaargh! sconforto infinito… ma anche grande disponibilità al presente -.

La frase mi è venuta così, dicevo, con la locuzione “portare per il culo”, come si dice qui; non “prendere”, o “pigliare”, come si usa da me.

Da me la gente ti piglia per il culo: a un certo punto poi va via e continua la sua vita.

Qui, se te lo meriti, ti portano per il culo. Avanti, e avanti.

Sottili riflessioni linguistico-filologico-sociali da vacanza. Da attimi di vacanza).

Carta: tutto quello che ricorda più uno svolazzo di inchiostro che una fila di letterine precise e uguali. Quello che andrebbe piegato in quattro e messo in tasca.

photo credit: soulsurfer3 via photopin cc