Puzzetta

Questo pezzo lo dedico a te, Puzzetta, che da poco ti fregi (ignara) di siffatto soprannome.

A te, che vesti come un’attivista, ma molto chic; e che però mi chiedi, candida: “Perché, ti interessi di politica?”, come fosse filatelia. Il Jobs Act non è un fermento che si beve la mattina.
A te, che per qualche motivo hai interiorizzato la convinzione di essere una spanna sopra a quasi tutti (dove il “quasi” è più un’abitudine a moderare per essere politically correct che un segno d’umiltà); e che per farti capire dal volgo parli semplice, tanto che mi aspetto sempre il classico “Vorrei la pace nel mondo”.

Puzzetta: ultimamente ti fermi a chiacchierare con me.
Ecco, volevo dirti: onestamente non mi interessa.

Soprattutto per via dei sorrisi finti.
Non mi disturbano i sorrisi tirati; può capitare, hai avuto una brutta giornata e l’entusiasmo scarseggia. Nessun problema, siamo umani (noi, almeno).
Ma i sorrisi finti sono proprio offensivi, specie se reiterati. Vedo questa dissociazione sulla tua faccia, gli angoli della bocca che si stirano verso l’esterno, e contemporaneamente gli occhi allarmati che chiedono: “Checcavolo state facendo labbra?”.
Di sorrisi così me ne distribuisci a coppie, fastidiosi come non ne vedevo da anni.

Ecco, volevo dirti: se non ti va di sorridermi non occorre che mi sorridi, Puzzetta, punto.
Facciamoci un favore.

Secco non riciclabile: tutto quello che è senza speranza. Quello che chiede risorse per essere prodotto e non restituirà mai nulla. Roba inutile; monnezza, insomma.

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Vergognati tu, così io nemmeno mi sporco le mani

Ieri mi è successa una cosa istruttiva.

Ero in autobus, seduta sul lato sinistro della vettura, e parlavo al telefono con gli auricolari.
A un certo punto sale una signora. Si siede alla mia stessa altezza ma sul lato destro, per cui ci troviamo affiancate ma separate da una distanza di circa un metro e mezzo.
Continuo la mia conversazione, ma mi rendo conto che da qualche minuto sta mugugnando ininterrottamente. Mi volto verso di lei per assicurarmi che vada tutto bene; e rimango basita quando lei, gesticolando, mi apostrofa: “Eh, se può parlare più piano, per favore”. Sai quei per favore che servono solo a mascherare goffamente la scortesia di chi li usa? Ecco.
Se senti una vecchietta che mugugna a un metro e mezzo da te, quanto forte puoi parlare?

In un primo momento l’ho solo guardata; ho continuato la mia conversazione e ho cercato, come insegnano lo Zen e la meditazione, di “lasciare lì” la signora; di constatare quello che era successo e lasciarlo andare, non preoccuparmene più.
Come è noto però i vecchietti acidi sull’autobus cercano proprio una reazione; ed era difficile “lasciare lì” qualcuno che continuava ritmicamente a mugugnare sprezzante al mio indirizzo.

Lasciar andare è saggio; però devi anche evitare di accumulare scorie che ti farebbero arrivare a casa più intollerante di chi ti ha provocato. Per descriverla in maniera più concreta, quando ho sentito il cuore che accelerava e le mani farsi gelide ho deciso che non volevo tenermi tutta quella roba, soffocarla e basta. Non stavo facendo nulla di male. Magari la signora non ce l’aveva con me; magari non ci eravamo spiegate; magari non aveva visto la cosa dalla mia prospettiva, o semplicemente era nervosa dopo aver passato una brutta giornata.

Così mi rivolgo a lei e le chiedo gentilmente se c’è qualche problema. Lei mi risponde che avrei dovuto dire alla mia interlocutrice “ti richiamo dopo”. Io le faccio notare che sto parlando a un tono di voce assolutamente normale, e le chiedo: poniamo che io invece di essere al telefono stessi parlando con la persona accanto a me; in quel caso ci chiederebbe di stare zitte?

Non sapendo cosa rispondere, la signora tira fuori l’asso: scuote la testa con sommo disprezzo, e ripete più volte che mi sarei dovuta vergognare.
Nel Tai-Chi, se non riesci a deviare l’attacco lontano da te, cerchi di ri-direzionarlo, restituendo al mittente la stessa forza che lui ha usato contro di te. Perché va bene tutto, ma certe persone, per imparare che tu non incassi passivamente i pugni altrui, talvolta devono incassare i propri stessi colpi.
Così le ho fatto notare che ero nel mio pieno diritto, e che se non riusciva a sopportarlo poteva occupare un altro posto. E ho aggiunto, espirando con un sorriso, che io almeno non stavo mugugnando da sola nel mio angoletto.
Io però quella signora già la conoscevo.

We Are So Ashamed

Prendo lo stesso autobus da anni. Una delle prime volte che la vidi, pensai ammirata che si trattava proprio di una bella signora, curata e sorridente. “Mi piacerebbe somigliarle nel portamento”, pensai, “quando avrò la sua età”. Ritiro ufficialmente quel desiderio.

Era il periodo in cui cominciavo a rendermi conto del fatto che, quando sinceramente ammiri una dote altrui, vale la pena di farlo sapere all’interessato; potrebbe raddrizzargli una giornata, o aiutarlo in un periodo storto.
Quindi glielo dissi: una decina d’anni fa, mai vista né conosciuta, mi avvicinai a lei sull’autobus, mi scusai e le dissi che la ammiravo, che era proprio una bella signora. Lei si ringalluzzì tutta; io tornai a casa contenta.
Di quella bellezza ieri in lei non c’era traccia.
Ma quali discorsi stavo facendo al telefono, così vergognosi?

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Operazioni mediche raccontate nei dettagli? Rapporti di letto descritti con dovizia di particolari e volgarità? Derisione dei vecchietti acidi che cercano la rissa?
A dire il vero io e la mia interlocutrice ci stavamo chiedendo quale sia la strada giusta per mantenere contemporaneamente l’umiltà e l’autostima. Insomma, un discorsone di quelli ispirati, quelli che mentre parli capisci qualcosa, impari qualcosa.
Non sarebbe stato carino se fosse andata in un altro modo? Adesso starei qui a raccontarvi di come una signora, a cui anni fa dissi che era proprio bella, sentendomi fare discorsi interessanti mi abbia sorriso di comprensione, o addirittura abbia commentato lo spessore dei discorsi che facevo.
Invece mi dice che devo vergognarmi.
Di che cosa dovrei vergognarmi, signora? Se vado in giro a testa alta non è perché sono senza vergogna, ma perché non ho nulla di cui vergognarmi.

Piuttosto, continua a sembrarmi strano quando le persone cercano di controllare il comportamento altrui invece che lavorare su stesse. Si arrogano il diritto (ma ovviamente, nel caso, quel diritto glielo concedi tu) di “mettere a posto il mondo” dicendo a te quello che devi fare.

Non ce l’ho con lei, che sicuramente avrà le sue qualità e i suoi momenti difficili. Ne conosco tante di persone adorabili che fanno di tutto per nascondere la propria bellezza. Ma mi atterrisce questo comportamento, perché non si cresce e non si diventa più forti scaricando i propri barili sulle spalle altrui.

A cosa arrivano, addirittura? Non solo ti rompono le scatole mentre fai qualcosa di pienamente legittimo, ma addirittura ti ordinano di vergognarti: di fustigarti da solo mentre loro non si prendono nemmeno il disturbo di sporcarsi le mani.

Tu hai un problema e io dovrei vergognarmi? Non ha senso.

 

Secco non riciclabile: tutto quello che è senza speranza. Quello che chiede risorse per essere prodotto e non restituirà mai nulla. Roba inutile; monnezza, insomma.

 
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Pensierini

Succede che hai voglia di scrivere un post perché ti fa stare bene.
Ma non hai un’idea strutturata in testa… sarà il caldo, il tempo strano, il ronzio mentale degli ultimi giorni…

Allora, accompagnata da squilli di trombette (non è un’ideona, le trombette bastano e avanzano) mi viene un’idea: perché non dedicarsi, in una sorta di ritorno all’infanzia, a scrivere i pensierini?
Lo so, lo so, i pensierini hanno provocato a tutti noi molteplici traumi di rilevante gravità. Ma, attenzione! Per la prima volta non lo faccio per soddisfare un obbligo, ma perché mi va. Alla faccia della maestra! (e risuona epico il ritornello di un pezzo italiano di qualche anno fa… indovinato?).

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Se ben ricordo esistevano due tipi di pensierini: “Scrivi una frase che contenga la tal parola” e “Scrivi X pensierini a piacere” (piacere e pensierini nella stessa frase? Allora è questo uno dei modi in cui ci abituano a essere presi per i fondelli fin da piccoli?).

Dunque, nella mia odierna giocosità (sia benvenuta, gli ultimi giorni sono stati moooolto sbroffi) decido di soddisfare entrambe le consegne: prima scrivo un pensierino a piacere (a); poi scelgo una parola, la evidenzio in grassetto e sviluppo un pensierino a partire da quella (b).

Pronti?

1a. Per me il vero spartiacque tra un anno e l’altro è l’estate. Sono io che sono strana?

1b. Ho il sospetto di aver già composto svariati pensierini contenenti la parola “spartiacque”. Mi sembra quasi di vederla la mia maestra di geografia, che la sera, in babbucce e vestaglia, si interroga sul modo migliore di far apprendere a noi bimbi parole come appunto spartiacque, ma anche versante, greto, dolina, tundra e tettonica a zolle. Che domande, si illumina repentinamente l’insegnante: la soluzione sono i pensierini!
Poi andava a finire che tutti scrivevamo “Oggi la maestra ci ha insegnato cos’è la tettonica a zolle”; e lei si sentiva pure in diritto di fare una faccia poco soddisfatta…
Ora che sono un po’ più grande (ma solo un po’) scriverei: “Scommetto che in ogni classe che si rispetti c’è qualche bimbo che a sentire la parola tettonica si mette a sghignazzare in maniera irrefrenabile”.

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2a. Al telegiornale continuano a dire che non c’è lavoro, non c’è lavoro e non c’è lavoro. Hanno inventato anche questa figura dello “scoraggiato”, quello che è stato rimbalzato talmente tante volte che ha smesso di cercare. Cari giornalisti, state cercando di fornirci una scusa per non cercare più e rintanarci mogi mogi nel nostro angolino?

2b. Credo che il mio collega ieri abbia mangiato la peperonata, perché ha appena scoraggiato (questa la maestra non me l’avrebbe passata. Ma tanto qui le regole le faccio io!).

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3a. I cani hanno questo potere: anche se esco di casa incavolata, riescono sempre a tirarmi fuori un sorriso sincero. Riflettevo su questo fatto un po’ di tempo fa, mentre si parlava con alcune persone delle difficoltà logistiche che i padroni incontrano nel permettere ai loro scodinzolanti amici di accoppiarsi; spesso la soluzione prescelta è quella di sterilizzarli o tenerli d’occhio con graaande attenzione.
Si è capito dove voglio arrivare?
I cani già così sono fenomenali portatori di buon umore; pensa se trombassero!

3b. La parola “accoppiarsi” è una di quelle che se la ripeti in continuazione si sfalda, e finisce che perdi il suo significato. Ho scoperto recentemente che questo fenomeno, in maniera azzeccatissima, si chiama “sazietà semantica”.
Prima osservazione: non fate la prova ripetendola ad alta voce in un luogo pubblico; potreste essere presi per maniaci.
Seconda osservazione: è vero, ho barato, questo pensierino è l’equivalente di “Oggi la maestra ci ha insegnato cos’è la tettonica a zolle”.

Comincio a pensare che potrei lanciare un contest tipo “Blogger che si dilettano coi pensierini 2014, ecco le mie nomination”. Ci sono volontari?

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Fotografie:

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L’anima è dietro agli occhi

Ho sentito dire questa bella frase dal professor Riccardo Luccio. Tempo fa.
E mi è rimasta, perché mi è risultata immediatamente vera. Dove mi sento l’anima? Cosa indicherei se mi chiedessero dov’è? Dietro agli occhi, yess.

Però.
Oggi sono incavolata con la distinzione mente-corpo, cioè con quella limitazione concettuale che in Occidente ci portiamo dietro da tempo, e che ha scolpito dentro di noi un’interpretazione del mondo profondamente distorcente.
Non è colpa di Cartesio, è come è stato interpretato. Non sarebbe la prima volta.

Siamo convinti che l’anima e il corpo siano due cose distinte.
L’anima la sento dietro agli occhi. Ma se mi concentro, se cerco di sentirmi davvero, mi accorgo che è dentro agli occhi; e anche dentro le mie mani, che seguono ogni umore, portandomi dentro a una carezza o contro il muro in un pugno.

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Quando camminiamo non ci rendiamo conto di essere nelle nostre gambe.
Diciamo “il mio piede” come diciamo “la mia borsa”. Ma servirebbe una distinzione linguistica; ci vorrebbe un aggettivo possessivo specifico per indicare le parti di se stessi.

Il “mio” piede sostiene per tutta la vita il peso del corpo, incazzature e grandi gioie comprese. Mi mette a contatto col terreno sul quale mi muovo. Almeno dovrebbe, amanti del tacco tredici, fateci caso.
A questo punto la “mia” borsa ha un valore infinitamente minore. Posso tranquillamente calpestarla.
Ma continua a striiiiderci l’idea di calpestare la nostra borsa, no? Preferiremmo ricevere un pestone sul piede. René, ora esageri!

L’anima e il corpo sarebbero separati?
Fatti un massaggio ai piedi, e poi dimmi se non è un gesto che ti tocca l’anima.

 

Note:

Il libro che mi ha aperto gli occhi sull’incredibile influenza del dualismo cartesiano in tutti gli aspetti della cultura occidentale: Fritjof Capra, Il punto di svolta.

A chi ho rubato l’illuminante idea del piede che sostiene il peso del corpo: Alejandro Jodorowsky, La danza della realtà.

photo credit: Enthuan via photopin cc

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