Vergognati tu, così io nemmeno mi sporco le mani

Ieri mi è successa una cosa istruttiva.

Ero in autobus, seduta sul lato sinistro della vettura, e parlavo al telefono con gli auricolari.
A un certo punto sale una signora. Si siede alla mia stessa altezza ma sul lato destro, per cui ci troviamo affiancate ma separate da una distanza di circa un metro e mezzo.
Continuo la mia conversazione, ma mi rendo conto che da qualche minuto sta mugugnando ininterrottamente. Mi volto verso di lei per assicurarmi che vada tutto bene; e rimango basita quando lei, gesticolando, mi apostrofa: “Eh, se può parlare più piano, per favore”. Sai quei per favore che servono solo a mascherare goffamente la scortesia di chi li usa? Ecco.
Se senti una vecchietta che mugugna a un metro e mezzo da te, quanto forte puoi parlare?

In un primo momento l’ho solo guardata; ho continuato la mia conversazione e ho cercato, come insegnano lo Zen e la meditazione, di “lasciare lì” la signora; di constatare quello che era successo e lasciarlo andare, non preoccuparmene più.
Come è noto però i vecchietti acidi sull’autobus cercano proprio una reazione; ed era difficile “lasciare lì” qualcuno che continuava ritmicamente a mugugnare sprezzante al mio indirizzo.

Lasciar andare è saggio; però devi anche evitare di accumulare scorie che ti farebbero arrivare a casa più intollerante di chi ti ha provocato. Per descriverla in maniera più concreta, quando ho sentito il cuore che accelerava e le mani farsi gelide ho deciso che non volevo tenermi tutta quella roba, soffocarla e basta. Non stavo facendo nulla di male. Magari la signora non ce l’aveva con me; magari non ci eravamo spiegate; magari non aveva visto la cosa dalla mia prospettiva, o semplicemente era nervosa dopo aver passato una brutta giornata.

Così mi rivolgo a lei e le chiedo gentilmente se c’è qualche problema. Lei mi risponde che avrei dovuto dire alla mia interlocutrice “ti richiamo dopo”. Io le faccio notare che sto parlando a un tono di voce assolutamente normale, e le chiedo: poniamo che io invece di essere al telefono stessi parlando con la persona accanto a me; in quel caso ci chiederebbe di stare zitte?

Non sapendo cosa rispondere, la signora tira fuori l’asso: scuote la testa con sommo disprezzo, e ripete più volte che mi sarei dovuta vergognare.
Nel Tai-Chi, se non riesci a deviare l’attacco lontano da te, cerchi di ri-direzionarlo, restituendo al mittente la stessa forza che lui ha usato contro di te. Perché va bene tutto, ma certe persone, per imparare che tu non incassi passivamente i pugni altrui, talvolta devono incassare i propri stessi colpi.
Così le ho fatto notare che ero nel mio pieno diritto, e che se non riusciva a sopportarlo poteva occupare un altro posto. E ho aggiunto, espirando con un sorriso, che io almeno non stavo mugugnando da sola nel mio angoletto.
Io però quella signora già la conoscevo.

We Are So Ashamed

Prendo lo stesso autobus da anni. Una delle prime volte che la vidi, pensai ammirata che si trattava proprio di una bella signora, curata e sorridente. “Mi piacerebbe somigliarle nel portamento”, pensai, “quando avrò la sua età”. Ritiro ufficialmente quel desiderio.

Era il periodo in cui cominciavo a rendermi conto del fatto che, quando sinceramente ammiri una dote altrui, vale la pena di farlo sapere all’interessato; potrebbe raddrizzargli una giornata, o aiutarlo in un periodo storto.
Quindi glielo dissi: una decina d’anni fa, mai vista né conosciuta, mi avvicinai a lei sull’autobus, mi scusai e le dissi che la ammiravo, che era proprio una bella signora. Lei si ringalluzzì tutta; io tornai a casa contenta.
Di quella bellezza ieri in lei non c’era traccia.
Ma quali discorsi stavo facendo al telefono, così vergognosi?

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Operazioni mediche raccontate nei dettagli? Rapporti di letto descritti con dovizia di particolari e volgarità? Derisione dei vecchietti acidi che cercano la rissa?
A dire il vero io e la mia interlocutrice ci stavamo chiedendo quale sia la strada giusta per mantenere contemporaneamente l’umiltà e l’autostima. Insomma, un discorsone di quelli ispirati, quelli che mentre parli capisci qualcosa, impari qualcosa.
Non sarebbe stato carino se fosse andata in un altro modo? Adesso starei qui a raccontarvi di come una signora, a cui anni fa dissi che era proprio bella, sentendomi fare discorsi interessanti mi abbia sorriso di comprensione, o addirittura abbia commentato lo spessore dei discorsi che facevo.
Invece mi dice che devo vergognarmi.
Di che cosa dovrei vergognarmi, signora? Se vado in giro a testa alta non è perché sono senza vergogna, ma perché non ho nulla di cui vergognarmi.

Piuttosto, continua a sembrarmi strano quando le persone cercano di controllare il comportamento altrui invece che lavorare su stesse. Si arrogano il diritto (ma ovviamente, nel caso, quel diritto glielo concedi tu) di “mettere a posto il mondo” dicendo a te quello che devi fare.

Non ce l’ho con lei, che sicuramente avrà le sue qualità e i suoi momenti difficili. Ne conosco tante di persone adorabili che fanno di tutto per nascondere la propria bellezza. Ma mi atterrisce questo comportamento, perché non si cresce e non si diventa più forti scaricando i propri barili sulle spalle altrui.

A cosa arrivano, addirittura? Non solo ti rompono le scatole mentre fai qualcosa di pienamente legittimo, ma addirittura ti ordinano di vergognarti: di fustigarti da solo mentre loro non si prendono nemmeno il disturbo di sporcarsi le mani.

Tu hai un problema e io dovrei vergognarmi? Non ha senso.

 

Secco non riciclabile: tutto quello che è senza speranza. Quello che chiede risorse per essere prodotto e non restituirà mai nulla. Roba inutile; monnezza, insomma.

 
photo credit: cogdogblog via photopin cc

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Di quel luogo, nel freddo, in cui c’è il caldo

Ci sono pomeriggi che una scoperta si porta dietro l’altra.
Sei lì, a godere delle lucette dell’albero e delle carezze a una splendida cagnetta che ti guarda come se tu fossi fondamentale; la mente è libera e vedi le cose nella maniera chiara dei principianti.
Tutto sarebbe perfetto.
Però hai freddo.

Sai quel freddo che sei tutto contratto e non riesci proprio a fartelo passare, nemmeno dopo aver indossato ancora una felpa. Forse ti è entrato nelle ossa già in palestra, mentre ti misuravi con il Tai Chi; mentre il Maestro ti diceva che il freddo è solo una sensazione.
Da anni ti affascina la concezione orientale dei contrari: se il freddo e il caldo sono così intimamente legati e compresenti, allora deve esserci un luogo, nel freddo, in cui c’è anche il caldo.

Lo cerchi, e d’un tratto lo percepisci. Lo trovi lì, dove è sempre stato: nella sensazione delle labbra che toccano il ghiaccio. Riporti quella sensazione alle tue dita congelate; e lo senti, quel luogo dove freddo e caldo convivono. Scopri che puoi scegliere, e i muscoli si rilassano, e il caldo arriva. Questa volta da dentro, come un nucleo pulsante che non sentivi perché ne ignoravi l’esistenza.

È una scoperta che libera la tua volontà.

P.S. Tutto torna: c’è anche un luogo del caldo in cui fa freddo. Me l’ha mostrato ieri il forno mentre facevo i biscotti, accarezzandomi rovente…
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Carta: tutto quello che ricorda più uno svolazzo di inchiostro che una fila di letterine precise e uguali. Quello che andrebbe piegato in quattro e messo in tasca.

 
photo credit: Domiriel via photopin cc

Simili come un cane e il suo padrone

Ci sono pomeriggi che vivi rilassato, e trovi dentro interessanti scoperte.
Sono seduta sul divano di una casa che un po’ sento mia, la stanza illuminata solo dalle lucine dell’albero e dalle carezze a Luna; lei scodinzola e mi guarda come se io fossi fondamentale.

La mente si rilassa, e ripesca i ritratti dei cani che ho incontrato in questi giorni assieme ai loro padroni. Fra loro c’è sempre quella somiglianza profonda e un po’ buffa, che mi spinge a un secondo sguardo, obliquo come un sorriso nascosto.

Osservo Luna; e per la prima volta abbraccio consapevolmente il fatto che il rapporto tra me e lei è in costante, sano mutamento. Eccolo il motivo della somiglianza, davanti a me: è che si cresce assieme.

Fa un po’ ridere; sappiamo tutti della somiglianza tra cani e padroni, ma non siamo altrettanto consapevoli di quanto, per lo stesso processo, finiamo per assomigliare alle persone che amiamo.
Stesa davanti a me a rosicchiare la sua orecchia di maiale, Luna quindi dovrebbe assomigliare un po’ anche a me e al gruppo di amici storici con cui ci incontriamo sempre.

Un moto d’orgoglio mi fa raddrizzare la schiena: dobbiamo essere niente male, niente male davvero.

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Vetro: tutto quello che è trasparente, duraturo, e va trattato con delicatezza. Quello che può contenere una nave o la marmellata fatta in casa.

 
photo credit: Pim Geerts via photopin cc