Chi è Wally?

In una vaschetta d’acqua che è buona solo i primi due giorni, poi si fa torbida e stantia.

Rampetta, sassetti, pedana. Rampetta, pedana, sassetti.

Ogni tanto nuota fortissimo contro la parete. Sa che non ri-uscirà, ma ci prova.

Pare che pigli a testate il muro.

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Guardarlo, la mattina appena sveglia, mette una cunicola tristezza.

Mi intristisce la vita che fa la tartarughina Wally.

Perché la prigionia mette tristezza; perché avrebbe diritto a una vita migliore.

O perché assomiglia alla mia?

Plastica: tutto quello che è finto, triste, che si rompe solo a guardarlo. Quello che dura poco ma inquina a lungo.

 

photo credit: Sergiu Bacioiu via photopin cc

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La riflessione del momento in cui cogli l’essenza (subito prima che arrivino i veneti con la radio a palla)

Togli le ali a una farfallina

e diventa un tafano.

Ci facciamo veramente portare per il culo dalle apparenze.

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(La frase mi è venuta così, in un posto paradisiaco ma col tempo contato – aaargh! sconforto infinito… ma anche grande disponibilità al presente -.

La frase mi è venuta così, dicevo, con la locuzione “portare per il culo”, come si dice qui; non “prendere”, o “pigliare”, come si usa da me.

Da me la gente ti piglia per il culo: a un certo punto poi va via e continua la sua vita.

Qui, se te lo meriti, ti portano per il culo. Avanti, e avanti.

Sottili riflessioni linguistico-filologico-sociali da vacanza. Da attimi di vacanza).

Carta: tutto quello che ricorda più uno svolazzo di inchiostro che una fila di letterine precise e uguali. Quello che andrebbe piegato in quattro e messo in tasca.

photo credit: soulsurfer3 via photopin cc