Le paure più belle

Ci sono momenti della vita in cui ti guardi dentro e ti scopri pieno di paure. Non si direbbe, ma è un buon segno.

Ho una mia teoria sulle paure. Dentro di noi le paure non sono entità a sé stanti; ognuna di esse nasce e vive allacciata a un desiderio. La paura è l’altra faccia del desiderio. Ogni volta che ti interessa qualcosa, il desiderio di raggiungerla e conservarla cresce assieme alla paura di fallire e perderla.

Io mi figuro queste entità complesse come sfere cave, simili alle pallette con dentro il portachiavi che ottieni per un euro ruotando la maniglia dei distributori automatici. Metà della sfera è il desiderio, l’altra metà la paura correlata; e dentro c’è una specie di gas bicolore che continua a vorticare e cambiare aspetto.

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Il fatto che paure e desideri siano allacciati assieme è ingegnoso e fruttuoso: siamo molto bravi ad accantonare i desideri quando non abbiamo il coraggio di cambiare le cose; la paura invece è un pungolo che non si fa accantonare facilmente, e spesso diventa il vero motore del cambiamento.

Chiaramente, se ogni volta che scorgi una paura dentro di te la nascondi sotto il tappeto, difficilmente ne uscirà qualcosa di buono. Se invece quella sferetta ti fermi a guardarla… Guardare in faccia le proprie paure non è facile, non è piacevole e spesso non viene nemmeno spontaneo. Ma è un tassello importante nella costruzione della tua felicità.

Innanzitutto, potresti scoprire che parecchie di quelle paure sono allacciate a un desiderio morto o spurio. Andando avanti con la tua vita puoi cambiare idea su alcune cose, modificare i tuoi obiettivi; o semplicemente accorgerti che un certo desiderio non nasceva da dentro, ma da condizionamenti esterni che fino a quel momento non avevi mai messo in discussione. Anche se quel desiderio avvizzisce e perde importanza in favore di un’altra meta, la paura ad esso collegata può sopravvivere e continuare ad agire, anche se non ha più ragion d’essere. E basterebbe guardarla in faccia per accorgersene.

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Esempio. Sei cresciuto con il miraggio di un lavoro importante in una ditta grande e prestigiosa. Magari non ci hai mai pensato con attenzione: era un obiettivo che davi per scontato e basta, in una società in cui essere ricchi e famosi rappresenta il non plus ultra.

Gradualmente ti accorgi che non te ne frega niente. Le tue priorità sono altre: vuoi essere indipendente e avere tempo per le persone che ami; vuoi lavorare in un ambiente positivo e umano, dove chi immola la propria vita sull’altare del lavoro sia considerato un caso problematico e non un eroe della patria. Punto. Questo è quello che vuoi, ed è incompatibile con l’essere il noto dirigente della ditta prestigiosa. Scopri un nuovo desiderio, e quello vecchio avvizzisce.

Se ne sei consapevole togli anche nutrimento alla paura connessa a quel desiderio, e avvizzisce anche lei. Spieghi senza problemi agli altri quello che fai, perché il confronto non ti mette più in crisi: non paragoni più te stesso agli altri, ma confronti la situazione che vuoi e che hai cercato con quella che ti sei costruito.

Ma se non ne sei consapevole cosa succede? Che la paura collegata al desiderio spurio o morto (“lavorare per una ditta prestigiosa con un incarico di responsabilità”) continua a strillare: “Io sono la paura di non raggiungere una buona posizione nella vita; e tu sei un fallito”.

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Poi ci sono le paure legate ai desideri vivi. Sono le paure più belle. Avere il coraggio di guardarle in faccia vuol dire capire che cosa si desidera, comprendere la loro utilità e usarle in maniera costruttiva. E forse aiuta anche a capire che la maggior parte delle cose non sono necessariamente buone o cattive, bianche o nere; le nostre paure più belle lo dimostrano.

In questo senso dico che trovarsi pieni di paure è un buon segno: perché vuol dire che sei pieno di desideri, e quindi sei vivo e attivo, non rassegnato; e ognuno di quei desideri è una piccola guida sulla direzione da prendere per essere più felice.

 

Umido: tutto quello che è indistinto, triste e maleodorante. Quello che vorresti mettere fuori dalla porta prima possibile, e che invece andrebbe usato per coltivare il giardino.

Fotografie (in ordine di apparizione):
photo credit: Peter E. Lee via photopin cc

photo credit: Express Monorail via photopin cc

photo credit: PhotosByDavid via photopin cc

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Pigrizia o saggezza?

Dedicato a tutti quelli che sanno di lavorare troppo e vorrebbero darsi una regolata, a quelli che praticano l’ozio e si rifiutano di chiamarla “pigrizia”, a quelli che hanno scoperto la meditazione e non possono più farne a meno, a quelli che amano stendersi su un prato al sole con un bicchiere di vino e a chi, come me, da anni sostiene che le più grandi idee, soluzioni e intuizioni arrivano quando sei sotto la doccia.

Nel nostro cervello esiste una rete neurale (cioè un insieme ampio e diffuso di neuroni) che entra in attività solo quando non facciamo nulla. Sopprimere la sua attività vuol dire minare la propria salute fisica e psicologica.
Si tratta della rete di default, o come la chiama Quit the Doner, rete del cazzeggio. Se ne parla nel breve, avvincente e scorrevole saggio “In pausa” di Andrew Smart.

La rete del cazzeggio è stata scoperta nel 2001 dal neuroscienziato Marcus Raichle. Raichle dimostrò che quando i soggetti erano impegnati in compiti cognitivi complessi, la risonanza magnetica evidenziava una diminuzione di attività in alcune zone del cervello. Sorprendente, perché fino a quel momento si pensava che quando siamo impegnati a fare qualcosa l’attività del cervello potesse solo aumentare. Lo studio, poi confermato da molti altri, mostrò invece che quando “non facciamo nulla” l’attività non diminuisce: si sposta in altre zone, quelle coinvolte appunto nella rete del cazzeggio.

La rete di default è una rete focalizzata sull’interno, che entra in funzione quando non dobbiamo preoccuparci di scappare da un aggressore o di controllare le e-mail; si attiva quando vaghiamo con i pensieri o la fantasia, guardiamo fuori dalla finestra o stiamo stesi sull’erba in un pomeriggio assolato. Appena ci si concentra attivamente su uno stimolo, con perfetta sistematicità, la rete si disattiva, in favore di una rete focalizzata sull’ambiente esterno.

Essere cronicamente indaffarati sopprime l’attività della rete di default, una delle più importanti del nostro cervello, e alla lunga può avere serie conseguenze per la salute. Nel breve termine, distrugge la creatività, la conoscenza di sé, il benessere emotivo e la capacità relazionale: porta cioè a quella che molti di noi definirebbero alienazione.

Ma cosa fa questa rete del cazzeggio? A cosa serve? La rete di default coinvolge una serie di parti del cervello fondamentali nei processi di introspezione, di riflessione sul passato e noi stessi, di consapevolezza di sé. Si tratta in sostanza, se mi si passa la metafora, di una sorta di estesa metropolitana che permette a zone distanti del cervello di comunicare tra loro, e che pesca nell’inconscio.

Per dirla in maniera più precisa, quando ci rilassiamo nel cervello si attiva una rete ampia e diffusa che inizia a inviare informazioni avanti e indietro tra le diverse regioni cerebrali. “Informazioni” vuol dire per esempio ricordi autobiografici, associazioni, concetti matematici, spaziali, linguistici o di altro tipo. Queste informazioni sono conservate nella memoria a lungo termine, e quindi normalmente non sono parte della coscienza consapevole. Ma quando si attiva la rete del cazzeggio possono diventare coscienti, perché il cervello non deve preoccuparsi di correre dietro alle cose da fare, e ne approfitta anche per convincere il sistema nervoso parasimpatico che tutto va bene e che la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca possono venire ridotte.

L’attività della rete neurale di default è fondamentale per la conoscenza di sé, per i processi sociali e emozionali e per la creatività. Cioè per sfere che, se ci facciamo caso, tendono a rinsecchirsi quando siamo super indaffarati per periodi prolungati. La rete di default ci permette di elaborare informazioni che riguardano le relazioni sociali, il nostro posto nel mondo, le fantasie sul futuro e le emozioni: di capire cioè chi siamo e quali siano i nostri interessi reali.

Scrive Smart: “Un presupposto della cultura dell’efficienza è che il naturale funzionamento degli uomini debba essere represso in nome dell’organizzazione e della produttività. […] Per conquistare le vette della nostra società bisogna essere capaci di una concentrazione ai limiti dello psicotico. Di questa concentrazione però ne fa le spese la capacità cognitiva di individuare nuove relazioni tra concetti non collegati”. Cioè la creatività, ma anche la capacità di capire il mondo e individuare il posto che in esso vogliamo occupare, di monitorare come stiamo e quanto siamo vicini alla vita che vorremmo fare.

Fa male. Lavorare troppo e essere sempre disposti ad accollarsi un milione di impegni fa male. La nostra società riconosce che alcune cose sono dannose: se mangi tre volte al giorno da McDonald’s sei un pazzo. Invece, se lavori diciotto ore al giorno sei un vincente, uno che si dà da fare, uno che dà il suo contributo alla società. Poco importa se diventi schizzato, tratti male tutti e non sai né chi sei né perché lo fai, se non ti viene un’idea nuova nemmeno una volta nella vita, se stai commettendo il crimine di sopprimere la naturale capacità del cervello di trarre significato dall’esperienza. In poche parole, se stai vivendo qualcosa che non può essere definito “vita”.

Vi lascio con “Lazy bee” della serie Minuscule; anche se credo che l’apetta non sia pigra, ma saggia.

 

Carta: tutto quello che ricorda più uno svolazzo di inchiostro che una fila di letterine precise e uguali. Quello che andrebbe piegato in quattro e messo in tasca.