L’anima è dietro agli occhi

Ho sentito dire questa bella frase dal professor Riccardo Luccio. Tempo fa.
E mi è rimasta, perché mi è risultata immediatamente vera. Dove mi sento l’anima? Cosa indicherei se mi chiedessero dov’è? Dietro agli occhi, yess.

Però.
Oggi sono incavolata con la distinzione mente-corpo, cioè con quella limitazione concettuale che in Occidente ci portiamo dietro da tempo, e che ha scolpito dentro di noi un’interpretazione del mondo profondamente distorcente.
Non è colpa di Cartesio, è come è stato interpretato. Non sarebbe la prima volta.

Siamo convinti che l’anima e il corpo siano due cose distinte.
L’anima la sento dietro agli occhi. Ma se mi concentro, se cerco di sentirmi davvero, mi accorgo che è dentro agli occhi; e anche dentro le mie mani, che seguono ogni umore, portandomi dentro a una carezza o contro il muro in un pugno.

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Quando camminiamo non ci rendiamo conto di essere nelle nostre gambe.
Diciamo “il mio piede” come diciamo “la mia borsa”. Ma servirebbe una distinzione linguistica; ci vorrebbe un aggettivo possessivo specifico per indicare le parti di se stessi.

Il “mio” piede sostiene per tutta la vita il peso del corpo, incazzature e grandi gioie comprese. Mi mette a contatto col terreno sul quale mi muovo. Almeno dovrebbe, amanti del tacco tredici, fateci caso.
A questo punto la “mia” borsa ha un valore infinitamente minore. Posso tranquillamente calpestarla.
Ma continua a striiiiderci l’idea di calpestare la nostra borsa, no? Preferiremmo ricevere un pestone sul piede. René, ora esageri!

L’anima e il corpo sarebbero separati?
Fatti un massaggio ai piedi, e poi dimmi se non è un gesto che ti tocca l’anima.

 

Note:

Il libro che mi ha aperto gli occhi sull’incredibile influenza del dualismo cartesiano in tutti gli aspetti della cultura occidentale: Fritjof Capra, Il punto di svolta.

A chi ho rubato l’illuminante idea del piede che sostiene il peso del corpo: Alejandro Jodorowsky, La danza della realtà.

photo credit: Enthuan via photopin cc

 Secco non riciclabile: tutto quello che è senza speranza. Quello che chiede risorse per essere prodotto e non restituirà mai nulla. Roba inutile; monnezza, insomma.