L’ospite

Lavoro qui da poco. Ma alcune cose le ho già imparate.

È una portineria universitaria. Al mattino arrivano le guardie giurate a staccare l’allarme. Poi arrivi tu, accendi tutte le luci e apri le porte.
Ogni edificio ha le sue particolarità; la prima volta è un collega a spiegarti come si fanno l’apertura e la chiusura. Francesco, cominciando il giro, mi ha guardato col sorriso. «Qui al piano terra» mi ha avvisato «abbiamo un’ospite…».
Poi ha aperto la porta. Seduta al grande tavolo da biblioteca, in mezzo all’atrio, c’era una barbona.

Vive qui. Arriva quando apri, se ne va quando chiudi. Sta al caldo, seduta; ha un tetto sopra la testa. Legge. Alcuni sembrano accettarlo meglio, altri peggio. La bibliotecaria se ne lamenta sempre. Mamma mia quella lì quanto puzza.
Devo essere onesta? La prima reazione non è stata delle migliori. Questo posto cade a pezzi e puzza di marcio, ho pensato tornando a casa. Pure la barbona??

Credo sia paura. Devi condividere il tuo spazio con un essere umano così diverso. Temi che sia uscita di testa; che se la prenda con te. O forse hai solo paura di trovarti ogni giorno davanti a quella realtà.
Non ho mai provato a parlarci. Non mi è mai passato per la testa di salutarla. Io che saluto il conducente quando salgo sull’autobus.

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 photo credit: -Snugg- via photopin cc

Ma già il terzo giorno mi risparmia un impaccio notevole.
Sto andando al lavoro. Anche oggi in anticipo. Non so esattamente a che ora passi la guardia giurata. Finora è sempre arrivata prima di me.
Lungo la strada mi trovo davanti lei. Cammina davanti a me. Le sto dietro, rallento il passo. Ho ancora qualche minuto e voglio finire la sigaretta, mi dico. Ma in realtà non mi va di superarla.

Arriva davanti alla porta; ma non entra. Si siede composta su un muretto. Aspetta.
Dopo qualche minuto arriva la guardia ad aprire.
Se non fosse stato per lei sarei entrata subito. Avrei fatto scattare l’allarme.
Le tengo la porta aperta per farla entrare.
Per la prima volta mi guarda. È uno sguardo che non so interpretare. È uno sguardo in un’altra lingua.
A me però è sembrato stupore.

Una settimana fa, proprio nel suo atrio, i tecnici dovevano fare alcuni lavori. Le hanno chiesto di spostarsi un po’; di mettersi da una parte finchè non avessero finito.
Da quel momento è rimasta lì. Seduta davanti a un banco, nell’angolo; con un libro e la sola luce della finestra.

Questa mattina sono arrivata assieme alla guardia. Lei non c’era fuori dalla porta, ad aspettare composta.
Non era nemmeno al solito posto, nel suo angolo buio a leggere.

Mi sono seduta in portineria chiedendomi cosa fare. A chi chiedere. Sperando di vederla entrare. Cercavo un numero di telefono, magari qualcuno degli altri ragazzi che lavorano qui ne sapeva qualcosa. Ha fatto freddo in questi giorni. Ha nevicato.
Mi sono preoccupata.
Mi è dispiaciuto di non averla mai salutata.

Poi è scesa la bibliotecaria. «Senti…» le chiedo «Ma la barbona?». Difficile nascondere il mio stato d’animo.
«Sarà andata da qualche parte» mi risponde. Sorride. «Lei viaggia. Sai le cartoline attaccate sul vetro della portineria? Le ha mandate lei». Lo dice con affetto. Forse l’ho giudicata male.
Guardo le cartoline. Affrancate e spedite da una marea di posti, tutti qui nei paraggi. Non c’è testo; ognuna ha la data, il disegno di qualcosa che l’ha colpita, e la firma.

So che è strano, ma mi stupisce che abbia un nome e un cognome. O che se li ricordi. O che li voglia ancora tenere addosso.
Finalmente so. Non è la barbona, nè l’ospite; tantomeno la senzatetto.

Si chiama Tamara. E quando viaggia, manda una cartolina a casa.

Umido: tutto quello che è indistinto, triste e maleodorante. Quello che vorresti mettere fuori dalla porta prima possibile, e che invece andrebbe usato per coltivare il giardino.

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3 thoughts on “L’ospite

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