Puzzetta

Questo pezzo lo dedico a te, Puzzetta, che da poco ti fregi (ignara) di siffatto soprannome.

A te, che vesti come un’attivista, ma molto chic; e che però mi chiedi, candida: “Perché, ti interessi di politica?”, come fosse filatelia. Il Jobs Act non è un fermento che si beve la mattina.
A te, che per qualche motivo hai interiorizzato la convinzione di essere una spanna sopra a quasi tutti (dove il “quasi” è più un’abitudine a moderare per essere politically correct che un segno d’umiltà); e che per farti capire dal volgo parli semplice, tanto che mi aspetto sempre il classico “Vorrei la pace nel mondo”.

Puzzetta: ultimamente ti fermi a chiacchierare con me.
Ecco, volevo dirti: onestamente non mi interessa.

Soprattutto per via dei sorrisi finti.
Non mi disturbano i sorrisi tirati; può capitare, hai avuto una brutta giornata e l’entusiasmo scarseggia. Nessun problema, siamo umani (noi, almeno).
Ma i sorrisi finti sono proprio offensivi, specie se reiterati. Vedo questa dissociazione sulla tua faccia, gli angoli della bocca che si stirano verso l’esterno, e contemporaneamente gli occhi allarmati che chiedono: “Checcavolo state facendo labbra?”.
Di sorrisi così me ne distribuisci a coppie, fastidiosi come non ne vedevo da anni.

Ecco, volevo dirti: se non ti va di sorridermi non occorre che mi sorridi, Puzzetta, punto.
Facciamoci un favore.

Secco non riciclabile: tutto quello che è senza speranza. Quello che chiede risorse per essere prodotto e non restituirà mai nulla. Roba inutile; monnezza, insomma.

Il sorriso sbagliato

 

Sul treno c’era questo ragazzo-uomo, le orecchie a sventola e gli occhi che evitano gli occhi. Nella sua divisa verde andava su e giù, toglieva le cartacce e spolverava le briciole dai sedili.

Forse ero stanca, o forse lui voleva rendersi invisibile. L’ho visto, ma non l’ho notato subito.

E quando l’ho guardato mi sono incupita, pensando al motto francese “che lavoro di merda”: avanti e indietro tutto il tempo, ballonzolando come su una passerella di legno e corda, a pulire le immondizie di chi si lamenta che i treni sono sporchi. Evitando qualsiasi contatto umano.

Chissà se a casa, la sera, il pavimento fermo gli dà un po’ di vertigine, mi sono chiesta.
E non è bello da dire, ma mi ha fatto pena.

Così gli ho sorriso; ho aspettato che passasse di nuovo e gli ho sorriso. Ho pensato che un sorriso fa sempre bene.

Ma lui per tutta risposta ha guardato per terra.
Come se non se lo meritasse.
O come se non volesse essere compatito.

E penso che forse gli ho offerto il sorriso sbagliato.

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Umido: tutto quello che è indistinto, triste e maleodorante. Quello che vorresti mettere fuori dalla porta prima possibile, e che invece andrebbe usato per coltivare il giardino.

Photo: the train by M0THart

Respira e sbatti le alucce

Ho ricominciato a respirare.
Intendo lo “stare con il respiro” dello yoga e della meditazione: con quel respiro, nel presente, e con ogni respiro, momento per momento.

All’inizio pensavo che concentrarsi sul respiro equivalesse a isolarsi da tutto il resto.
Invece succede che il respiro ti àncora al momento presente, e ti sintonizzi meglio con quello che ti circonda. È una sensazione quasi paradossale, ma percepisci più distintamente i dettagli, anche quelli emotivi.

Mentre respiro i miei occhi si trovano spesso a seguire la pennellata solida di un gabbiano in volo, o le brevi traiettorie ricamate da un passerotto.
Io respiro, mi allungo con la mente verso di lui, e se ascolto bene

per un istante ho un assaggio di come sia affrontare tutto quell’azzurro.
Attimi alati.

Quando però i miei occhi tornano verso il suolo, mi accorgo che dentro di me esercitano il tiro alla fune due forze opposte: di qua l’ebbrezza delle ali che danno forma solida al vento; di là il fastidio acuminato dell’insicurezza, il pungolo di quando ti manca la terra sotto i piedi.

Noi imparando a camminare rischiamo alla più sporca di sbucciarci un ginocchio. Cosa dev’essere per loro spiccare il volo per la prima volta?
Com’è buttarsi nel vuoto quando ancora non hai mai usato le ali?

Chiaramente ci ho messo un po’ ad accorgermi che in realtà il punto è la mia situazione attuale. Sto lavorando sui cambiamenti; inebriata dal volo, impaurita dal vuoto.

Quindi, per una volta, ho la risposta. Spiccare il volo per la prima volta è come riappropriarsi di un mondo da cui ti sei sempre difeso. È come la risata genuina che sgorga in una situazione assurda, come la prima corsa scalza sul prato a primavera, come sentirsi allo stesso tempo pieni e leggeri.
È proprio come quando fai un bel sorriso e ti lasci andare.

Certo, càpita anche che prevalga la paura.
In quei momenti non mi resta altro che respirare e sbattere le alucce.
Che tanto ormai mi sono buttata.

Vetro: tutto quello che è trasparente, duraturo, e va trattato con delicatezza. Quello che può contenere una nave o la marmellata fatta in casa.

Vergognati tu, così io nemmeno mi sporco le mani

Ieri mi è successa una cosa istruttiva.

Ero in autobus, seduta sul lato sinistro della vettura, e parlavo al telefono con gli auricolari.
A un certo punto sale una signora. Si siede alla mia stessa altezza ma sul lato destro, per cui ci troviamo affiancate ma separate da una distanza di circa un metro e mezzo.
Continuo la mia conversazione, ma mi rendo conto che da qualche minuto sta mugugnando ininterrottamente. Mi volto verso di lei per assicurarmi che vada tutto bene; e rimango basita quando lei, gesticolando, mi apostrofa: “Eh, se può parlare più piano, per favore”. Sai quei per favore che servono solo a mascherare goffamente la scortesia di chi li usa? Ecco.
Se senti una vecchietta che mugugna a un metro e mezzo da te, quanto forte puoi parlare?

In un primo momento l’ho solo guardata; ho continuato la mia conversazione e ho cercato, come insegnano lo Zen e la meditazione, di “lasciare lì” la signora; di constatare quello che era successo e lasciarlo andare, non preoccuparmene più.
Come è noto però i vecchietti acidi sull’autobus cercano proprio una reazione; ed era difficile “lasciare lì” qualcuno che continuava ritmicamente a mugugnare sprezzante al mio indirizzo.

Lasciar andare è saggio; però devi anche evitare di accumulare scorie che ti farebbero arrivare a casa più intollerante di chi ti ha provocato. Per descriverla in maniera più concreta, quando ho sentito il cuore che accelerava e le mani farsi gelide ho deciso che non volevo tenermi tutta quella roba, soffocarla e basta. Non stavo facendo nulla di male. Magari la signora non ce l’aveva con me; magari non ci eravamo spiegate; magari non aveva visto la cosa dalla mia prospettiva, o semplicemente era nervosa dopo aver passato una brutta giornata.

Così mi rivolgo a lei e le chiedo gentilmente se c’è qualche problema. Lei mi risponde che avrei dovuto dire alla mia interlocutrice “ti richiamo dopo”. Io le faccio notare che sto parlando a un tono di voce assolutamente normale, e le chiedo: poniamo che io invece di essere al telefono stessi parlando con la persona accanto a me; in quel caso ci chiederebbe di stare zitte?

Non sapendo cosa rispondere, la signora tira fuori l’asso: scuote la testa con sommo disprezzo, e ripete più volte che mi sarei dovuta vergognare.
Nel Tai-Chi, se non riesci a deviare l’attacco lontano da te, cerchi di ri-direzionarlo, restituendo al mittente la stessa forza che lui ha usato contro di te. Perché va bene tutto, ma certe persone, per imparare che tu non incassi passivamente i pugni altrui, talvolta devono incassare i propri stessi colpi.
Così le ho fatto notare che ero nel mio pieno diritto, e che se non riusciva a sopportarlo poteva occupare un altro posto. E ho aggiunto, espirando con un sorriso, che io almeno non stavo mugugnando da sola nel mio angoletto.
Io però quella signora già la conoscevo.

We Are So Ashamed

Prendo lo stesso autobus da anni. Una delle prime volte che la vidi, pensai ammirata che si trattava proprio di una bella signora, curata e sorridente. “Mi piacerebbe somigliarle nel portamento”, pensai, “quando avrò la sua età”. Ritiro ufficialmente quel desiderio.

Era il periodo in cui cominciavo a rendermi conto del fatto che, quando sinceramente ammiri una dote altrui, vale la pena di farlo sapere all’interessato; potrebbe raddrizzargli una giornata, o aiutarlo in un periodo storto.
Quindi glielo dissi: una decina d’anni fa, mai vista né conosciuta, mi avvicinai a lei sull’autobus, mi scusai e le dissi che la ammiravo, che era proprio una bella signora. Lei si ringalluzzì tutta; io tornai a casa contenta.
Di quella bellezza ieri in lei non c’era traccia.
Ma quali discorsi stavo facendo al telefono, così vergognosi?

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Operazioni mediche raccontate nei dettagli? Rapporti di letto descritti con dovizia di particolari e volgarità? Derisione dei vecchietti acidi che cercano la rissa?
A dire il vero io e la mia interlocutrice ci stavamo chiedendo quale sia la strada giusta per mantenere contemporaneamente l’umiltà e l’autostima. Insomma, un discorsone di quelli ispirati, quelli che mentre parli capisci qualcosa, impari qualcosa.
Non sarebbe stato carino se fosse andata in un altro modo? Adesso starei qui a raccontarvi di come una signora, a cui anni fa dissi che era proprio bella, sentendomi fare discorsi interessanti mi abbia sorriso di comprensione, o addirittura abbia commentato lo spessore dei discorsi che facevo.
Invece mi dice che devo vergognarmi.
Di che cosa dovrei vergognarmi, signora? Se vado in giro a testa alta non è perché sono senza vergogna, ma perché non ho nulla di cui vergognarmi.

Piuttosto, continua a sembrarmi strano quando le persone cercano di controllare il comportamento altrui invece che lavorare su stesse. Si arrogano il diritto (ma ovviamente, nel caso, quel diritto glielo concedi tu) di “mettere a posto il mondo” dicendo a te quello che devi fare.

Non ce l’ho con lei, che sicuramente avrà le sue qualità e i suoi momenti difficili. Ne conosco tante di persone adorabili che fanno di tutto per nascondere la propria bellezza. Ma mi atterrisce questo comportamento, perché non si cresce e non si diventa più forti scaricando i propri barili sulle spalle altrui.

A cosa arrivano, addirittura? Non solo ti rompono le scatole mentre fai qualcosa di pienamente legittimo, ma addirittura ti ordinano di vergognarti: di fustigarti da solo mentre loro non si prendono nemmeno il disturbo di sporcarsi le mani.

Tu hai un problema e io dovrei vergognarmi? Non ha senso.

 

Secco non riciclabile: tutto quello che è senza speranza. Quello che chiede risorse per essere prodotto e non restituirà mai nulla. Roba inutile; monnezza, insomma.

 
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photo credit: BWChicago via photopin cc

Di quel luogo, nel freddo, in cui c’è il caldo

Ci sono pomeriggi che una scoperta si porta dietro l’altra.
Sei lì, a godere delle lucette dell’albero e delle carezze a una splendida cagnetta che ti guarda come se tu fossi fondamentale; la mente è libera e vedi le cose nella maniera chiara dei principianti.
Tutto sarebbe perfetto.
Però hai freddo.

Sai quel freddo che sei tutto contratto e non riesci proprio a fartelo passare, nemmeno dopo aver indossato ancora una felpa. Forse ti è entrato nelle ossa già in palestra, mentre ti misuravi con il Tai Chi; mentre il Maestro ti diceva che il freddo è solo una sensazione.
Da anni ti affascina la concezione orientale dei contrari: se il freddo e il caldo sono così intimamente legati e compresenti, allora deve esserci un luogo, nel freddo, in cui c’è anche il caldo.

Lo cerchi, e d’un tratto lo percepisci. Lo trovi lì, dove è sempre stato: nella sensazione delle labbra che toccano il ghiaccio. Riporti quella sensazione alle tue dita congelate; e lo senti, quel luogo dove freddo e caldo convivono. Scopri che puoi scegliere, e i muscoli si rilassano, e il caldo arriva. Questa volta da dentro, come un nucleo pulsante che non sentivi perché ne ignoravi l’esistenza.

È una scoperta che libera la tua volontà.

P.S. Tutto torna: c’è anche un luogo del caldo in cui fa freddo. Me l’ha mostrato ieri il forno mentre facevo i biscotti, accarezzandomi rovente…
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Carta: tutto quello che ricorda più uno svolazzo di inchiostro che una fila di letterine precise e uguali. Quello che andrebbe piegato in quattro e messo in tasca.

 
photo credit: Domiriel via photopin cc